mercoledì 27 agosto 2014

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La vita di San Benedetto - illustrato €14,50
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Un aforisma al giorno

Si vedono cose grandi dalla valle, solo cose piccole dalle cime.

Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato

martedì 26 agosto 2014

Al Meeting, alla fine della mostra sulle esplorazioni spaziali guardate chi c'è...? Un vecchio caro amico...!

Un aforisma al giorno (uno splendido Chesterton su pali, stelle, sogni, legno e teste...)

«La notte nera si era intrufolata in casa mia e nel mio giardino con panneggi dapprima d'ardesia e poi d'ebano; e io ero affaccendato nella mia stanza, nel vivo cerchio di luce della lampada vicino alla finestra quando credetti di vedere spuntare qualcosa di insolito lì fuori, e uscii a guardare. Nel far ciò sbattei la testa contro un palo e vidi le stelle; le stelle del settimo cielo, le stelle del firmamento più recondito e profondo. E mi sembrò davvero, non appena il dolore si alleviò ma prima che passasse completamente, di aver visto scritto in un alfabeto astrale sul fondo dell'oscurità qualcosa che prima di quel momento non avevo compreso così chiaramente: una verità sui misteri e sui mistici conosciuti solo a metà nel corso della mia vita. Non sarò capace di esprimere bene quell'idea mettendola per iscritto su questa pagina, perché questi bizzarri momenti di vivide intuizioni sono sempre fuggitivi: ma ci proverò. Il palo è ancora lì; ma le stelle nel cervello stanno dissolvendosi.

[…] Da giovane scrissi molte brevi poesie, dedicate soprattutto alla bellezza e alla necessità della Meraviglia; ed era un sentimento genuino in me, e lo è ancora. La capacità di vedere le cose che ci sono e i paesaggi alla viva luce della sorpresa; la capacità di sobbalzare alla vista di un uccellino, quasi fosse un proiettile alato; la capacità di rimanere immobilizzati di fronte a un albero quasi la sua forma fosse il gesto di una mano gigantesca; in breve, la capacità di sbattere poeticamente la testa contro un palo varia di persona in persona, ma posso dire senza presunzione che appartiene alla mia natura umana. […].

"Sogna! Perché non c'è altra verità – dice il signor Yeats – di quella che è nel tuo cuore". Il mistico moderno cerca il palo, non fuori in giardino, ma dentro di sé, nello specchio della sua mente. Ma a me gli specchi non sono mai interessati. A me interessano i pali di legno, che mi lasciano di stucco come i miracoli. Mi interessa il paletto che sta ad aspettarmi fuori dalla porta, per colpirmi in testa, come la mazza del gigante nelle favole. Tutte le mie porte mentali sono aperte su un mondo che non ho fatto io. La mia ultima porta, che è la libertà, si apre su un mondo abitato dal sole e da cose robuste, un mondo di avventure oggettive. Il paletto in giardino è una cosa che io non potrei né creare né aspettarmi: è la solida e chiara luce del giorno che si riflette su un legno rigido e dritto; è l'opera di Dio ed è meravigliosa ai nostri occhi.

Ecco, non ho spiegato proprio bene ciò che intendevo: ma se voi ammetterete che la mia testa e il palo sono ugualmente meravigliosi, acconsentirò a lasciarvi dire che sono entrambi di legno».

Gilbert Keith Chesterton, Coloured Lands

lunedì 25 agosto 2014

Mons. Negri al nostro stand oggi. Un Vescovo coraggioso.

Selfie chestertoniano al Meeting...


Questi giovanotti sono chestertoniani al Meeting.

Oggi li trovate allo stand di Pump Street, padiglione C1.

In mezzo a loro c'è Stefano, dieci e lode all'esame di terza media con una bellissima tesina su GKC.

Lo possiamo eleggere chestertoniano dell'anno, no?

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Chesterton and Friends: A letter from GK to his mother fb.me/6JQyhtwhl

Questa è la famosa lettera che GKC scrisse a sua mamma in cui le annunciava il suo fidanzamento con Frances, solo che Gilbert e sua madre (mentre Gilbert scriveva) erano nella stessa stanza...

domenica 24 agosto 2014

Oggi sono passati in tanti

Tanti tra soci e simpatizzanti sono passati al nostro (SCI e Pump Street) stand al Meeting di Rimini.

Grazie per la simpatia e l'amicizia che ci dimostrate, per le notizie che ci chiedete sulla Scuola Chesterton e sul distributismo, ci date molta speranza!

Siamo al Meeting Padiglione C1 e la bandiera "nasara" è già terminata (ma la ristampiamo)

sabato 23 agosto 2014

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Pronti per il @MeetingRimini
Vi aspettiamo con un sacco di novità pic.twitter.com/TZ7ytPwiwg


Da domani mattina noi e Pump Street siamo al Meeting di Rimini

Da domattina siamo al Meeting di Rimini, noi della Società Chestertoniana Italiana e Pump Street, il negozio distributista che vi riempirà di magliette e libri di Chesterton.

Le magliette le potrete anche ordinare in diretta ed avere seduta stante.

Potrete scegliere tra i tantissimi meravigliosi aforismi di Chesterton e potrete suggerire vostre personalizzazioni. Le maglie e le felpe le potrete prendere immediatamente.

Ricordiamo che sono in vendita i libri di Chesterton e non solo quelli.

Ricordiamo pure che chi compra da noi aiuta la Società Chestertoniana Italiana (NON E' LA STESSA COSA CHE COMPRARE SU AMAZON!!! qui si vede chi è il vero chestertoniano e chi no, chi ha capito e chi no...).

Nel nostro stand ci sarà anche un punto di raccolta di offerte ed attrezzi per sostenere il Sierra Leone Chesterton Center del nostro amico John Kanu.

Un punto distributista, un punto di vera rivoluzione eterna (vedi Ortodossia) e non di chiacchiere, un punto di buoni amici, un punto da cui necessariamente passare, carissimi amici!

Vi aspettiamo fino al 30 Agosto 2014 al Meeting di Rimini, padiglione C1 (siamo insieme a Famiglie per l'Accoglienza, Sindacato delle Famiglie, L'Imprevisto, Santa Caterina da Siena...).



La superstizione del divorzio - di Fabio Trevisan

di Fabio Trevisan

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Con questo titolo: "La superstizione del divorzio" (rinvenibile in italiano – Edizioni San Paolo – a cura di Pietro Federico), Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) lasciava alle stampe nel 1920 una serie di riflessioni iniziate con la pubblicazione di cinque articoli sul giornale New Witness in merito alla controversia sul divorzio in quegli anni in Inghilterra. Va precisato che, secondo le indicazioni dello stesso scrittore londinese riportate nella Conclusione, si trattava di un pamphleted auspicava, come destino dei libelli polemici sorti per precisare e dirimere circoscritte seppur assai rilevanti questioni, fosse destinato a diventare il prima possibile obsoleto, legato quindi a problemi passeggeri. Così evidentemente, nonostante gli auspici, non fu. Chesterton scelse proprio quel termine – superstizione – solitamente attribuibile a gesti scaramantici spesso irrazionali, per anteporlo alla profonda e vasta ragionevolezza del matrimonio tra un uomo e una donna: "L'amore di un uomo e di una donna non è un'istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. E' qualcosa di più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti, e che certamente sopravvivrà loro".

Sorprendentemente, a distanza di due anni (1922) dalla sua adesione ufficiale alla Chiesa cattolica, Chesterton non intendeva affatto argomentare basandosi su temi religiosi ma piuttosto analizzando le ragioni del contendere, sforzandosi di comprendere cosa fosse davvero il matrimonio: "Ho cominciato chiedendomi cosa sia il matrimonio e siamo ora in condizione di poterci chiedere più chiaramente cosa sia il divorzio".  Desiderava in modo schietto e diretto che le indagini fossero condotte in modo approfondito a partire dalla natura, dall'essenza del matrimonio e lo faceva facendo balenare l'illusorietà del pragmatismo:"Si pensa che cominciare dall'inizio sia davvero poco pratico e produttivo … per qualche strana ragione si pensa sia poco pratico aprire il dibattito
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chiedendosi cos'è?". Lo scrittore di Beaconsfield osteggiava coloro che avanzavano pretese sulla presunta libertà del divorzio messa a disposizione di tutti e temeva, a ragione, che detti propugnatori non sapessero e non volessero sapere nulla su cosa fosse nella sostanza il matrimonio: "La prima cosa da dire su questi riformatori è che per loro il matrimonio è un discorso senza capo né coda. Non sanno cosa sia, o cosa significhi; essi non vi danno un'occhiata nemmeno quando vi ci si trovano dentro. Semplicemente si liberano della fatica più vicina … non hanno la minima idea di quanto sia vasta l'idea che stanno attaccando". Egli equiparava il triste sforzo di recidere quei sacri vincoli, quei legami naturali ed umani al lavorio dei roditori, metaforicamente espresso con l'istinto animale dei topi:"Non esiste forse peggior consiglio di quello di liberarsi della fatica più vicina … sarebbe a dire "rosicchia la prima cosa che ti capita a tiro". L'uomo, come il topo, tende a scardinare ciò che non comprende e, dato che ha sbattuto contro un ostacolo non importa che questo ostacolo sia il pilastro portante che sostiene il tetto sopra la sua testa … Ci accorgeremo di come la grande massa di uomini e donne moderni, che scrivono e parlano del matrimonio, stiano rosicchiandolo ciecamente come un esercito di topi".

A partire dalla sua grande immaginazione artistica capace di costruire emblematiche metafore come quella dei topi, Chesterton sapeva allargare la ragione e farci intravedere la bellezza del vincolo matrimoniale contro la suggestione ingannevole del divorzio: "I ratti sono sempre pronti ad abbandonare la nave che affonda: esiste una nave (fuor di metafora la famiglia), grande o piccola non fa differenza, che non va abbandonata anche quando si pensa stia affondando". Partendo dall'origine, Chesterton  evidenziava il carattere forte della promessa coniugale e stoppava ogni affrettata ed ingiustificata deduzione legata all'emotivismo che squalificasse l'imprudenza di quel voto: "Molti replicheranno immediatamente che è un voto imprudente. Per il momento mi accontenterò di rispondere che tutti i voti sono imprudenti. Non sto difendendo i voti, li sto solo descrivendo". Quello che intendeva mostrare era la natura di quel giuramento e la capacità dell'uomo e della donna di tener fede a quel patto; lo faceva ponendosi questioni fondamentali ancor oggi estremamente attuali: "Un uomo dovrebbe infrangere una promessa? Un uomo dovrebbe farla?". Non erano interrogativi secondari ma basilari che implicavano la spiegazione del giusto concetto di libertà: "La maniera più semplice di porre il quesito è chiedere se essere liberi includa l'essere liberi di legarsi".Chesterton perorava, in quell'arte del paradosso di cui era un eccellente maestro, la libertà di essere liberi di legarsi, di votarsi pienamente e completamente per mantenere fede ad una promessa irrevocabile: "Il punto è che ogni filosofia dell'amore che non dia conto della sua ambizione di stabilità, come delle sue esperienze di fallimento, è destinata a fallire".Analizzando la storia dei voti, intesi come promesse cui restare fedeli, non poteva non rendere esatto conto  di quanto questa tradizione fosse radicata in quelle civiltà, tanto da renderla nota dominante nei costumi, nella fede, nel modo di pensare e di porsi nella società: "Tutta la cultura medievale, che ci ha trasmesso la tradizione del romance (lo spirito romantico, cavalleresco ed eroico) è attraversata dal tema della catena…quella società che ci ha tramandato tali festività e tradizioni era pervasa dall'idea del voto…ciò che noi chiamiamo cavalleria altro non era che un grande voto…tra gli artigiani come tra i piccoli commercianti ritroviamo la stessa vaga eppur vivida presenza di quello spirito che può essere chiamato soltanto voto".

In un capitolo del pamphlet"La storia del voto" , Chesterton analizzava dal punto di vista storico come fosse stato perduto quello spirito di legarsi a promesse durature che impegnavano la persona stessa a mantenersi leali e fedeli, cosa che con l'introduzione del divorzio avrebbe suggellato la definitiva scomparsa: "L'idea, o comunque l'ideale, di ciò che è chiamato voto, è abbastanza ovvia. Essa vuole combinare la stabilità, che è accompagnata dalla finalità, con il rispetto di sé, che può essere accompagnato solo dalla libertà". Il crollo di questa civiltà dell'onore, del mantener fede alle promesse, prime fra tutte quelle matrimoniali, ricevette un colpo letale da Enrico VIII: "La civiltà dei voti fu distrutta quando Enrico VIII ruppe la promessa matrimoniale…I monasteri, costruiti per voto, furono distrutti. Le corporazioni (da ricordare, per inciso, il grido alto e sofferto in difesa delle corporazioni di arti e mestieri contenuto nella Rerum novarum di Leone XIII), reggimenti di volontari, furono disperse. La natura sacramentale del matrimonio fu negata)…Tutto è cominciato con il divorzio di un re e sta ora finendo in divorzi per un intero regno". Chesterton si chiedeva, ed è imbarazzante riconoscere che a distanza di quasi cento anni avesse colto nel segno (a maggior ragione per quanto sarebbe stato e sarebbe ancora opportuno leggerlo), "a chi poteva giovare tutto questo"? Chi, dall'infrangersi dei voti e dei vincoli determinati dalle promesse che impegnavano le persone, poteva trarne dei benefici? Chi era, in definitiva, il nemico smascherato della famiglia e del matrimonio e quali erano i suoi veri fini? Chesterton non aveva dubbi, dopo che aveva assistito all'esito della prima guerra mondiale ed all'instaurarsi del comunismo in Russia: "Il capitalismo è in guerra con la famiglia, senza dubbio….il capitalismo desidera che le sue vittime siano individui o, in altre parole, atomi…I maestri della plutocrazia moderna sanno il fatto loro. Un istinto radicato e ben preciso li ha spinti a individuare nella famiglia l'ostacolo principale al loro progresso disumano. Senza la famiglia siamo indifesi di fronte allo Stato". Ora che sono crollati altrettanti disumani ed efferati sistemi ideologici (comunismo, nazismo), il solo che conserva il vero volto brutale è esattamente quello additato da Chesterton, quel capitalismo che s'avvantaggia sempre dell'atomizzazione individualistica e spinge nella specializzazione e nella competitività, nel perseguire divorzi a catena, cuori infranti, divisioni e contraddizioni.

Cosa fare dinanzi ad una battaglia feroce che ci vede coinvolti tutti nella sopravvivenza fisica e spirituale? Chesterton invitava a considerare il ruolo determinante della famiglia, visto come un piccolo stato da difendere ad oltranza contro i distruttori dell'ordine, contro i superstiziosi fautori del divorzio: "Il piccolo stato fondato sui due sessi è allo stesso tempo il più volontario e il più naturale degli stati autonomi…il ponte antico lanciato tra le torri dei due sessi sia la più degna delle grandi opere della terra…altrimenti lungo il freddo e triste corridoio del progresso (con il suo bel pavimento smaltato), le porte della morte e del divorzio saranno le sole a rimanere aperte, anzi a spalancarsi sempre di più". In un'epoca come la nostra, dove si sono inanellate sconfitte storiche sulle battaglie perdute del divorzio e dell'aborto e che dinanzi alle sfide odierne di altri corto circuiti del pensiero che producono aberrazioni umane sconvolgenti, basti pensare alla sola ideologia del gender, questo testo rimane sconvolgente nei principi di fondo e nelle conseguenze etiche. Alto e vibrante rimanga il monito conclusivo di Chesterton, a rafforzare innanzitutto la nostra mente, a riscaldare il nostro cuore nella difesa della famiglia, del voto e della vita: "Le leggi fondamentali degli uomini si trovano nei valori assoluti della vita, quei valori comuni a tutti i tempi e a tutti i luoghi…è forse in questo senso che dobbiamo riflettere, con timore e gravità, sul futuro del nostro paese".

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Un aforisma al giorno (storico, origine della Scuola Chesterton d'Italia, grazie a padre Boyd)

Per dirla in breve, il male da cui sto cercando di diffidarvi non è l'eccessiva democrazia, non l'eccessiva bruttezza, non è l'eccessiva anarchia. Potrebbe essere indicato così: si tratta della standardizzazione verso bassi standard.

Gilbert Keith Chesterton, Culture and the Coming Peril 

Un aforisma al giorno

Gli uomini possono salvarsi unicamente con la volontà e con la fede. Nell'atto in cui si muove esclusivamente la loro ragione, essa si muove secondo la vecchia linea circolare: gli uomini gireranno chiusi in questo circolo logico, come un uomo in un vagone di terza classe dell'Inner Circle continuerà a girare in tondo nell'Inner Circle, finchè non si decida a compiere il volontario, vigoroso e mistico atto di scendere a via Gower. Quello che conta qui, è la decisione; una porta deve essere chiusa per sempre.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia 

mercoledì 20 agosto 2014

"Chesterton si trova ancora nelle antiche osterie..." - Intervista a Fabio Trevisan su "Quella cara vecchia pipa" (Edizioni Fede & Cultura) a cura di Marco Sermarini

Un paio di mesi fa Fede & Cultura ha dato alle stampe l'ultimo volume di Fabio Trevisan, "Quella cara vecchia pipa", un libro di schietto sapore chestertoniano che entra ne merito di diverse questioni su cui Chesterton martella piacevolmente il lettore.
Ho pensato di fare alcune domande a Fabio ritenendo che potessero essere utili a tutti, oltre che per dar modo a tutti di appropriarsi del libro e di legg
erlo.
L'intervista merita di essere letta perché Fabio ci illustra le cose, come facevano i maestri della mia infanzia, con semplicità e profondità.
Inoltre, per parafrasare il titolo del libro (della cui ragione qui si dà conto), è un "caro vecchio amico" con cui è sempre piacevole intrattenersi a parlare.

Marco Sermarini

Come e quando ti è sorta l’idea di scrivere "Quella cara vecchia pipa"?

Mi sono sempre chiesto, soprattutto leggendo “L'Osteria volante”, il significato di quelle canzoni che l’oste Humphrey Pump e il marinaio Patrick Dalroy si canticchiavano, nel loro tentativo disperato di salvare ciò che era “piccolo, bello e terribilmente umano”, rappresentate dal barilotto di rum e dalla forma di formaggio rotolata per le strade polverose d’Inghilterra. I due fuggiaschi per la salvaguardia della libertà amavano bere, raccontare  e canticchiare storie, preservando quella tradizione orale che da sempre ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di ogni uomo, appresa sulle ginocchia della madre e confermata dall’autorità paterna. Al contrario di loro, la nostra società ha disdegnato o trascurato il canto, quel canto (talvolta anche stonato) che un tempo si udiva nelle case, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e che spesso accompagnava le fatiche quotidiane. Quelle canzoni non erano quindi solo delle mere canzonette ma acquisivano un importante valore simbolico  di lotta per un’autentica libertà. Ai giorni nostri non si canta più se non nei cosiddetti “luoghi deputati”: teatri, arene o alla TV. Non ci sono più quegli osti e quei marinai liberi e coraggiosi che possono andare controcorrente, che possono anche cantare ed inneggiare con fierezza nelle pubbliche piazze, nelle osterie, nelle case, ovvero nei luoghi “non deputati” dove germoglia la vita e l’umanità. Quest’intuizione, accompagnata dal mio amore appassionato per il canto, è stata confermata dalla canzone che Chesterton udì negli USA da un lavoratore scozzese. Si trattava di “quella cara vecchia pipa” annotata da Gilbert nel suo taccuino e riportata, con spiegazioni, in “Eugenetica e altri mali”. L’idea di scrivere questo saggio su quegli aspetti solitamente trascurati di Chesterton mi ha fatto sorgere il sospetto che, paradossalmente, quelle canzoni, quelle piccole cose reputate spesso di poco conto, costituissero invece la cifra esatta entro cui scorgere la grandezza e la santità di Gilbert Keith Chesterton. Più che nei convegni e negli studi accademici (senza nulla togliere a questi), Chesterton lo si può ritrovare ancora adesso nelle antiche osterie, assieme a Dalroy e Pump, in quanto egli è uno di loro, che ama conversare davanti a un bicchiere di vino e ad un pezzo di formaggio. In quei posti Chesterton si sentiva davvero, come lui stesso amava definirsi, soltanto un uomo. Credo che dovremmo ricreare occasioni, come il Chesterton Day di Grottammare, affinché egli possa sentirsi bene, a casa, fra amici, bevendo, mangiando, cantando, raccontando storie. L’idea di scrivere “Quella cara vecchia pipa” nasce dalla volontà di parlare di Chesterton ma soprattutto lasciare che sia lui a parlare. Il saggio si conclude infatti con un’intervista postuma impossibile per far sì che egli possa ancora dire l’ultima parola.

Quanto è importante in Chesterton l’idea di tradizione?

Una domanda ben posta, come questa, è già una risposta! Chesterton distingueva tra idee e fatti, come scriveva nel 1929: “I fatti hanno almeno una loro concretezza finché durano: ma l’aspetto fatale che li riguarda è che non durano. Solo le idee durano”. Si arguisce quindi che essendo la tradizione una continuità tra passato, presente e futuro non può essere meramente un “fatto”, poiché i fatti, al contrario delle idee e della tradizione, non durano. Scriveva ancora Chesterton: “Scopriamo che i fatti, che sembrano così concreti, sono le realtà più instabili”. Anni prima, in Ciò che non va nel mondo, Chesterton implorava di disfarsi del proprio agnosticismo quotidiano e tentare di rerum cognoscere causas. Egli voleva che cercassimo le cause, guardando al passato, senza paura: “Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che bussano al nostro uscio. Fa comodo scappare in via del Dopo, dove si trova la locanda del Mai… Il risultato di questo atteggiamento moderno è che gli uomini inventano nuovi ideali perché non hanno il coraggio di tentare di perseguire quegli vecchi. Guardano avanti con entusiasmo perché hanno paura di guardare indietro”. Anche in "Ortodossia"  parlava di tradizione come “democrazia dei morti”,  nel senso di collegamento ineludibile con il passato. Non possiamo chiudere al nostro passato la porta in faccia! Chesterton sferzava in questo modo chi rifiutava la tradizione, l’eredità dei nostri predecessori: “Tutti gli uomini che, nel corso della storia, hanno davvero realizzato qualcosa, avevano lo sguardo rivolto al passato… per qualche strana ragione l’uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti. L’uomo è un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata indietro. Può creare un futuro lussureggiante e ciclopico soltanto fintanto che pensa al passato”. Con queste parole magnifiche e chiare, Chesterton insisteva su un gioioso paradosso, apparentemente, ma solo apparentemente, triste: “L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti”. Dobbiamo però fare attenzione a quella che lui chiamava “Tradizione della Caduta” (il peccato originale) e quelle che denominava tradizioni con la “t” minuscola. Non si tratta di una distinzione aristocratica, che Chesterton avversava, tra tradizioni maggiori o minori: l’una, la Tradizione della Caduta, costituisce la disobbedienza della volontà umana alla Volontà divina e determina il tonfo della Caduta originaria dell’uomo nel peccato; le seconde, le “t” minuscole, sono il retaggio degli uomini in quanto uomini e peccatori, che cercano di ridurre, con la grazia di Dio e con le buone opere, il distacco da quell’Eden in cui Dio li aveva inizialmente collocati. Nell’"Uomovivo" Chesterton ricorda le condizioni di vita dopo la Caduta e fa dire ad Innocenzo Smith: “Mi son fatto pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato”. Nella drammatica (drammatica e non tragica, in quanto redenta da Cristo) condizione della Caduta, il pellegrino cerca una via di guarigione e di redenzione e passa il testimone di questa ricerca a noi tutti: la Tradizione della Caduta, inaugurata dai nostri antenati Adamo ed Eva, viene a collegarsi con tutte quelle sane, democratiche tradizioni che i morti ci consegnano. Chesterton diceva che una delle principali cose sbagliate è la profonda e silenziosa convinzione moderna che le idee del passato siano diventate impossibili. Certo, ci sono tradizioni e tradizioni e non tutte le tradizioni sono buone: “Se il letto che ho costruito è scomodo, a Dio piacendo lo rifarò”. La prima libertà che Chesterton rivendicava era quella di poter restaurare l’idea di tradizione. Le sacre idee del passato potevano diventare possibili ed anche le lancette dell’orologio si potevano spostare all’indietro: i nostri cari defunti potevano ancora una volta prender parola nel consesso dei viventi, o meglio degli uomini vivi.

Qual è il cuore dell’idea di tradizione nel complesso del pensiero di Chesterton?

Nella risposta precedente avevo accennato alle “democratiche tradizioni” ed al concetto di tradizione come “democrazia dei morti”, così come espresso da Chesterton in Ortodossia : “Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti”. Dobbiamo ora precisare, a scanso di equivoci, cosa intendesse Chesterton per “democrazia”. Mi è capitato spesso di veder sgranati gli occhi in segno di disapprovazione dinanzi ad affermazioni che salvaguardassero la democrazia, figuriamoci se presentata, così come la sosteneva Chesterton, in armonia con la tradizione: “Non ho mai capito perché la gente si sia formata la convinzione che la democrazia contrasti, in qualche modo, alla tradizione. E’ ovvio che la tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo. E’ la fiducia nel consenso delle voci comuni dell’umanità piuttosto che in qualche nota isolata e arbitraria… Io non posso separare le due idee di tradizione e di democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea”. Mi verrebbe da dire, parafrasando lo stesso Chesterton, che nessuno osi dividere ciò che Chesterton ha unito! Anch’io non posso osare tanto e preferisco approfondire l’indivisibilità delle due idee, così come suggerita ancora in "Ortodossia": “Tutto il principio della democrazia, come io lo intendo, può essere sancito in due proposizioni. La prima è questa: che le cose comuni a tutti gli uomini sono più importanti di quelle particolari ai singoli uomini. Le cose ordinarie hanno più valore di quelle straordinarie; anzi, sono più straordinarie… Il secondo principio è semplicemente questo: che l’istinto o il desiderio politico è una delle cose che gli uomini hanno in comune”. Da questi principi democratici ne derivava la seguente affermazione: “La fede democratica è questa: che le cose più terribilmente importanti debbono essere lasciate agli uomini ordinari (l’accoppiamento dei sessi, l’allevamento dei giovani, le leggi dello Stato). Questo è la democrazia; e in questo ho sempre creduto”. Anche nell’emblematico volume "L'Uomo comune" Chesterton scriveva: “E’ certo che molti pensatori e scrittori moderni provano un vero disprezzo per l’uomo comune; è altrettanto certo che io stesso provo disprezzo per coloro che provano tale disprezzo”. Senza queste considerazioni non si potrebbe capire l’essenza di alcuni suoi romanzi, come Uomovivo, dove Innocenzo Smith incarna la “democrazia dei morti”, di colui che morto spiritualmente nel pessimistico Brakespeare College rinasce e fa rinascere chi incontra a Casa Beacon con la paradossale pistola che dispensa pallottole per la vita, ovvero pillole salutari per la salvezza dell’anima di ciascun uomo comune; oppure nell’Osteria volante, dove i due eroi sono ancora due umili e gloriose persone ordinarie: un oste e un marinaio. Anche qui contrapposte, non a caso, all’intellettualismo nietzscheano di Lord Ivywood, così come l’uomo vivo era contrapposto al rettore del collegio. Nel suo primo romanzo, Il Napoleone di Notting Hill, Adam Wayne, l’eroe del quartiere londinese che si ribella alla superbia ed all’arroganza del potere centrale, va a chiedere aiuto alle persone comuni: il droghiere, il venditore di giocattoli, il giornalaio, l’antiquario. Sono coloro che incarnano la vera democrazia dell’uomo ordinario, così come indicava nell’Uomo comune: “E’ un fatto storico che le catastrofi che abbiamo vissuto e che stiamo attualmente vivendo non siano state causate dalla gente pratica e prosaica che si ritiene non sappia nulla, bensì quasi sempre dalla gente assolutamente teorica che sapeva di sapere tutto. Il mondo può trarre una lezione dai propri sbagli, ma si tratta soprattutto degli errori di chi impartisce lezioni”. Sarebbe erroneo credere ora, alla stregua del pensiero debole contemporaneo, che Chesterton volesse attaccare i principi, l’autorità, il dogma, la ragione. Nel denunciare in "Ortodossia" l’impotenza intellettuale delle cosiddette élites insuperbite così rifletteva: “L’autorità della ragione ha bisogno di difesa: tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione… un grande pericolo minaccia lo spirito umano: un pericolo altrettanto materiale quanto gli scassinamenti dei ladri. Contro questo pericolo fu innalzata, come una barriera, l’autorità religiosa. Il pericolo consiste in questo: che l’intelletto umano è libero di distruggersi”. Fa accapponare la pelle sentire questa acuta osservazione di Chesterton, che sembra riferita ai nostri giorni: “Un gruppo di pensatori può fino a un certo punto impedire alla generazione futura di pensare, insegnando che tutto quello che pensano gli uomini non ha valore alcuno”. La difesa della democrazia e della tradizione era la salvaguardia del pensiero davvero libero, inteso come senso comune appartenente a tutti gli uomini in quanto uomini, ovvero pensiero perpetuato nelle generazioni e custodito dalla nutrice, vera protettrice della tradizione e della democrazia: “Da quando ho lasciato la nutrice, custode della tradizione e della democrazia, non ho più trovato una persona moderna così sanamente radicale e così sanamente conservatrice… mi ci volle del tempo per capire che il mondo moderno aveva torto e la balia aveva ragione”.

Quali sono, secondo te, le idee cardine del pensiero di Chesterton?

In "Ciò che non va nel mondo", Chesterton invitava, da grande pensatore qual era, a porsi le corrette domande, a domandarsi prioritariamente cosa fosse giusto prima di rispondere a cosa c’era di sbagliato nel mondo. Anche per quanto riguardava la “superstizione del divorzio” (qui richiamo un altro titolo di un suo libro) bisognava chiedersi prima cosa fosse davvero il matrimonio. Per rispondere poi in che cosa consistesse la natura dell’uomo, Chesterton ribadiva di avere un punto di vista trascendente, aderendo così esplicitamente alla scuola di pensiero soprannaturale. La cosiddetta “astrattezza” imputata spesso ai metafisici era rivolta da Chesterton, in modo paradossale, agli uomini pratici, ai pragmatici, agli utilitaristi. Il pensiero di Chesterton quindi, nelle due componenti imprescindibili della ragione unita all’immaginazione, coniugava ragione e autorità, natura e sopranatura, carità e verità, dogma e ortodossia, ortodossia e ortoprassi e così via. Il modo di farci capire il suo pensiero era strettamente unito al modo (spesso paradossale) di farcelo vedere: con immagini (ad esempio la piccola proprietà era vista come il bacino limitato di un lago, al contrario il latifondismo o la proprietà illimitata era vista come la cascata anarchica di qualcosa che non si poteva arrestare) oppure con confronti (ad esempio il dogma era contrapposto al pregiudizio così come il matrimonio al divorzio). Cosa poteva, secondo Chesterton, garantire un autentico sviluppo umano che contrastasse gli eventuali ingiustificati abusi? Ancora una volta egli ricorreva al soprannaturale e all’esigenza di una dottrina salda: “Se non disponiamo degli insegnamenti di qualche uomo divino, tutti gli abusi possono essere giustificati, perché l’evoluzione può trasformarli in usi… La dottrina non è causa di dissidi. Anzi, una dottrina può costituire da sola un rimedio contro i dissidi”. L’autore di saggi come "Eretici" e "Ortodossia" partiva da principi sia logici sia concreti, primo fra tutti il vecchio e sempre valido principio della vita domestica: la casa ideale, la famiglia felice, la sacra famiglia della storia. Le idee cardine del pensiero di Chesterton avevano a che fare direttamente con i cardini, anche se sovente arrugginiti, degli usci delle antiche case dove vivevano le famiglie: dall’autorità dei padri e delle madri alla libertà dei figli. Le nobili e antiche tradizioni familiari venivano perpetuate nel momento in cui si sarebbe dovuto rispondere in che tipo di casa avrebbe voluto vivere un uomo, l’uomo comune. Poiché soltanto la plebe aveva tradizioni, al contrario del dio degli aristocratici che si opponeva ad esse con la moda, per Chesterton il mestiere dei ricchi era quello di essere moderni: ecco il motivo per cui osteggiava fieramente i ricchi. Un altro aspetto rilevante del pensiero di Chesterton era quel “realismo dell’Incarnazione” che umilmente non prescindeva dal corpo (“Coloro che non vogliono partire dall’aspetto fisico delle cose sono dei presuntuosi… ogni anima umana, in un certo senso, deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili”). Il realismo cristiano, non disgiunto dal suo pensiero, doveva farsi carne nelle cose comuni e in tutte quelle sane e ancestrali abitudini, disprezzate spesso come volgari o banali. La democrazia e le sane tradizioni popolari costituivano, come il peccato originale, la vera natura (ferita) dell’uomo: “Nessun uomo deve essere superiore a ciò che gli uomini hanno in comune. Questo tipo di uguaglianza deve per forza essere corporale, grossolana e comica. Non soltanto siamo tutti nella stessa barca, ma abbiamo tutti il mal di mare”. Chesterton contrastava l’alterazione del sentire comune, del vedere comune prodotti dall’industrialismo e dal capitalismo; egli rammentava, per esempio, la perdita della filosofia dei colori ottenuta attraverso un’inondazione di colori falsati dalle luci artificiali e dai manifesti pubblicitari. L’artista antico, secondo le sue parole, si sforzava di trasmettere l’impressione che i colori fossero davvero cose preziose e importanti. Tutte queste ipotetiche nuove trovate, nuove idee non erano che i medesimi errori spesso condannati dalla Chiesa cattolica: “Dogmaticamente la Chiesa difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori”. Chesterton contrastava il mondo moderno così come si opponeva all’industrialismo e alla pubblicità: “Il mondo moderno, con i suoi movimenti moderni, sta vivendo sul capitale cattolico… ma non possiede un proprio entusiasmo, innovativo. La novità è solo nelle parole e nelle etichette, come nella pubblicità moderna”. Cosa imputava Chesterton di negativo alla modernità? L’incapacità di raccogliere le cose vecchie e farle durare, inaridirle con grande rapidità appena vengono utilizzate. Potremmo dire, in conclusione, che le idee cardine del pensiero di Chesterton sono state riassunte da Chesterton stesso in "Perché sono cattolico": “Io sono normale nel senso corretto della parola: che significa accettare un ordine, un Creatore e la creazione, possedere un senso comune di gratitudine verso la creazione, considerare la vita e l’amore come beni durevoli, il matrimonio e la galanteria come leggi che li controllano, e approvare il resto delle tradizioni comuni al nostro popolo e alla nostra religione”.