mercoledì 10 febbraio 2016

Un aforisma al giorno

Una persona con il gusto per il paradosso (se mai possa esistere una creatura così svergognata) potrebbe plausibilmente affermare, a proposito dello sviluppo della nostra società dal tempo del fallimento dello schietto paganesimo di Lutero fino al subentro del puritanesimo di Calvino, che tutto questo sviluppo non è stato un'espansione, ma la "chiusura dentro una prigione, dove le cose belle e umane sono state concesse sempre meno.

Gilbert Keith Chesterton, Cosa c'è di sbagliato nel mondo



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lunedì 8 febbraio 2016

Un aforisma al giorno

Sospetto che il progresso non debba essere un continuo parricidio; perciò ho esaminato i cumuli di polvere della storia, e in ciascuno di essi ho trovato un tesoro.

Gilbert Keith Chesterton, L'imputato

mercoledì 3 febbraio 2016

Do we agree? La storia di questa famosa foto

Quella che vedete è una foto molto, molto famosa per noi chestertoniani. Ne abbiamo trovate alcune da varie angolazioni, di diversa provenienza (fatte da diversi fotografi, per intenderci.

Come si vede, ritrae da sinistra a destra:

- George Bernard Shaw, socialista fabiano, scrittore, giornalista, drammaturgo;

- Hilaire Belloc, storico, giornalista, distributista;

- Gilbert Keith Chesterton, giornalista, scrittore, distributista.

L'occasione è quella del famoso dibattito pubblico "moderato" (è il caso di dirlo) da Hilaire Belloc tra i due amici/nemici dal titolo «Do we agree?» (Siamo d'accordo?), tenutosi a Londra l'ultimo venerdì dell'Ottobre 1927.

L'incontro fu promosso dalla Distributist League e fu a pagamento, nella Kingsway Hall. Fu registrato e trasmesso dalla BBC. Ci fu una sorta di… overbooking: avevano venduto più biglietti di quanto la sala potesse contenere e nel resoconto scritto dell'incontro si dà atto anche di questo: popolo vociante alla porta che vuole per forza entrare, Belloc che dice di farli entrare comunque…Uno spettacolo!

Qui sotto c'è anche la copertina del libretto che ne uscì. Oggi è pubblicato da Ignatius Press nell'Opera Omnia di Chesterton.

Bello, no?

martedì 2 febbraio 2016

Partitocrazia in formato stepchild

Ciò che stiamo vedendo in questi giorni è la perfetta rappresentazione pratica di ciò che Cecil Chesterton e Hilaire Belloc scrissero nel volume The Party System (pubblicato in Italia da Rubbettino col titolo Partitocrazia).

Da una parte il sistema dei partiti che fanno e dicono le loro cose, con un seguito popolare falsato ed apparente.

Dall'altro il popolo, che in parte crede di contare e scegliere perché legge i giornali, guarda la tv e si informa (ma attinge palesemente a cisterne avvelenate, come dice la Bibbia: basta vedere come sono stati rappresentati, dileggiati e ostracizzati i manifestanti in questi giorni dal sistema dell'informazione, una propaggine del sistema dei partiti o forse una parte del " istema" insieme ai partiti), ed in parte va al Circo Massimo e mostra lo scollamento assoluto dal sistema.

Milioni di persone il 30 Gennaio 2016 sono scese in piazza per dire no secco al disegno di legge Cirinnà e tutto quello che i partiti sanno dire è: stralcio, unioni sì adozioni no, affido rafforzato… "Rispetto per la piazza ma andiamo avanti…" e "una legge che attende da troppo tempo…".

Questa è la vera partitocrazia, cioè l'assenza totale di democrazia.

Questo è il motivo che spinse Chesterton e Belloc ad abbandonare l'agone politico e ad iniziare la costruzione dello stato distributista. 

È ora.

Una mente come un diamante - Scritti su Thomas More



L'amico Giuseppe Gangale coltiva interessi moreani e chestertoniani. Chesterton coltivava interessi moreani. L'equazione che precede ha dato vita al libro che potete vedere, edito dalla Studium.

E' una bella idea, quella di osservare Chesterton attraverso chiavi di lettura differenti e "incrociate": è un buon metodo per scoprire l'unitarietà del suo pensiero, la sua coerenza, la costanza nel ripetere e coniugare i motivi fondanti del suo vivere. Lo ha già usato con successo Maurizio Brunetti che per D'Ettoris ha curato Lo spirito del Natale, collazionando gli scritti più significativi sull'argomento, molto dickensiano e chestertoniano.

Ha fatto qualcosa di simile Giuseppe Gangale che ci sciorina una interessante collezione di ciò che Chesterton diceva e pensava su questo santo, avvocato e uomo politico inglese di cui non sapremo mai abbastanza e che dobbiamo scoprire al di là di luoghi comuni che lo sviliscono e lo riducono a poco. Ha aggiunto note biografiche, bibliografia e commenti ed il volume è una bella cosa.

Quanto fosse importante More per Chesterton lo scopre agevolmente chi fa un viaggetto a Beaconsfield. Scavando in questo piccolo blog troverete qualche mia simpatica cronaca (peraltro non ancora finita! Manca ancora l'ultimo giorno di viaggio!) del viaggio in Inghilterra in compagnia del mio angelo custode americano, padre Spencer Howe, e le avventure chestertoniane con Dale Ahlquist e gli altri eroi della bellissima conference del 2014. Lì c'è traccia di questo affetto di Gilbert per Thomas More. Gilbert lasciò una cospicua somma, e così fece sua moglie, per contribuire all'edificazione della chiesa parrocchiale di Beaconsfield. Fece tanto per quella chiesa da vivo, ma anche da morto, tanto che vi campeggia una bella lapide che la definisce una specie di monumento dell'affetto di tutti i chestertoniani del mondo che contribuirono a migliorare e terminare la chiesa. Chesterton avrebbe voluto che la parrocchia fosse intitolata ai Martiri Inglesi, tra cui spicca San Thomas More (amici, se avrete mai la ventura di conoscerli come è capitato a me - e di questo ringrazio padre Spencer che a loro deve la sua conversione dal luteranesimo al cattolicesimo e la sua vocazione al sacerdozio - vi innamorerete di questi uomini e di queste donne che non avevano nulla da difendere, nulla, fuorché il loro amore a Cristo!). Ma le cose andarono diversamente, la chiesa fu dedicata al Piccolo Fiore, Santa Teresina del Bambin Gesù e solo successivamente, dopo la morte di Chesterton, fu aggiunta la dedicazione a San Thomas More, San John Fisher e ai Martiri Inglesi. Questo perché tra le altre cose Chesterton volle che vi fosse presente una cappella a loro dedicata che riproduce la cella in cui fu rinchiuso More nella Torre di Londra, con i ceppi al muro, un polittico delle personalità di maggior spicco che all'epoca non erano state ancora canonizzate o beatificate, e le statue di Fisher e More a destra e sinistra. La statua di More lo ritrae nell'abito dell'avvocato di quei tempi (e un po' mi sono commosso anche per questo, cari amici). Ora capirete molto di più, di certo.

Il libro riporta anche degli scritti che hanno un nesso italico, e cioè la conferenza che Chesterton tenne al Venerabile Collegio Inglese di Roma (l'ho visto da fuori, c'è ancora la sedia dove Chesterton si sedette…) nel 1929 in occasione della sua permanenza in Italia per la beatificazione di More [fu l'occasione in cui incontrò Papa Pio XI che gli disse in francese (più o meno): ma quanto scrive! Papa Pio XI era decisamente arguto]. Fu quello il viaggio che provocò La Resurrezione di Roma (un bel libro da ripubblicare).

Bene, acquistatelo! Leggetelo perché merita. Chesterton che scrive dell'inglese More è lo stesso che si permetteva di fare l'elenco dei delitti dell'Inghilterra, il peggiore dei quali fu quello di mettersi alla testa della cosiddetta riforma protestante e di usarla come grimaldello per fare entrare il male sulla terra. Poco politicamente corretto, come sempre, ma questo è ciò che lui pensava e noi non dobbiamo mascherarlo.

Marco Sermarini