martedì 3 maggio 2016

Il mondo di San Francesco d’Assisi - di Fabio Trevisan (da Riscossa Cristiana)

"La dura realtà è che i popoli che venerano la salute non riescono a rimanere sani".

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Nel secondo capitolo, "Il mondo in cui si è trovato San Francesco", tratto dal saggio del 1923: "San Francesco d'Assisi", Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) desiderava portare il lettore nell'atmosfera spirituale, sociale e culturale dell'epoca del Santo per dissipare ogni dubbio sulle ingiuste versioni mondanizzate. Nel capitolo precedente ("Il problema di San Francesco") Chesterton aveva posto in rilievo gli ironici contrasti che suscitavano gli esegeti del Santo: "L'approccio ci dia almeno una pallida idea del perché questo poeta che rendeva grazie al sole suo Signore si nascondesse spesso in una buia caverna, e del perché il santo che era tanto gentile con Frate Lupo fosse tanto duro con Frate Asino (soprannome che dava a se stesso), o del perché il trovatore che diceva che l'amore gli metteva il fuoco in cuore si tenesse lontano dalle donne, o del perché il cantore che godeva della forza e della gaiezza del fuoco, scegliesse di rotolarsi nella neve…". La collocazione storica di San Francesco, che era stato sia soldato sia santo, richiedeva secondo Chesterton una comprensione più vasta: "La gente non capisce perché si rifiuta di capire. Dovrei esprimere questo concetto dicendo che non è abbastanza cattolica per essere Cattolica". 

Questa riduzione dell'essere cattolico (con la c minuscola), come sottolineava Chesterton,  rispetto a quello che dovrebbe essere, portava ad un'imprecisa diminuzione della gigantesca figura del Santo: "La gioia di San Francesco e dei suoi Giullari di Dio non è stata solo un risveglio…è stata la fine di una penitenza o, se preferite, di una purificazione". In questo straordinario saggio, lo scrittore londinese aveva scorto nel Santo d'Assisi la purificazione da un mondo ancora troppo paganizzante: "San Francesco ha segnato il momento in cui si era definitivamente compiuta una certa espiazione spirituale …attraverso un periodo ascetico, che era l'unica cura possibile. Il cristianesimo era entrato nel mondo per risanarlo, e l'aveva risanato nell'unico modo possibile". Qual era l'errore che San Francesco aveva sanato? Perché quel mondo aveva bisogno del cristianesimo per essere redento? Chesterton rimarcava due sostanziali errori che ancora oggi sono presenti nella nostra epoca (ed anche in questo dovrebbe porsi l'attualità del Santo): "Per brevità lo si potrebbe chiamare l'errore di venerare la natura. Lo si potrebbe chiamare altrettanto chiaramente l'errore di comportarsi secondo natura. L'altro errore è che i popoli che venerano la salute non riescono a rimanere sani". 

Qualche lettore sarà sobbalzato sulla sedia nel sentir Chesterton richiamare l'errore di comportarsi secondo natura; è ovvio che egli non alludesse affatto alla legge morale naturale, ma al pervertimento della natura causato dall'oblio della natura umana segnata dal peccato originale: "Gli uomini più saggi del mondo cominciarono secondo natura, facendo la cosa più innaturale del mondo. L'effetto immediato di venerare il sole è stata una perversione che si è diffusa come una pestilenza…ed è stato il cristianesimo a correggere quello squilibrio. Questa è una cosa che farà sorridere molti, ma è profondamente vero che la lieta novella portata dai vangeli è la cognizione del peccato originale". Era quella che Chesterton chiamava ripetutamente la Tradizione della Caduta e nella quale San Francesco d'Assisi si inseriva prepotentemente denunciando la venerazione della natura e della salute fisica. Egli era consapevole che quando la natura era considerata madre diventava matrigna e per questo il Santo, come tutto il creato, la chiamava sorella.

Anche ai nostri giorni si dovrebbe correggere il tiro nell'interpretazione del Santo, come auspicava Chesterton, tentando invece di perfezionare la nostra filosofia cristiana per non cadere negli stessi errori: "Troviamo che il culto della natura produce inevitabilmente delle reazioni contro natura e trasforma le passioni naturali in passioni contro natura". Solamente il dogma del peccato originale poteva impedire questa deriva naturalistica.

lunedì 2 maggio 2016

Adesso potete darci il vostro 2x1000

Soc Chestertoniana (@Sochest)
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Fuorilinea pubblica Il Poeta e i pazzi. Episodi della vita di Gabriel Gale - Comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA

LA CASA EDITRICE FUORILINEA (WWW.FUORILINEA.IT) PUBBLICA 

"IL POETA E I PAZZI. EPISODI DELLA VITA DI GABRIEL GALE" DI GILBERT KEITH CHESTERTON


PRIMA EDIZIONE INTEGRALE DELLO STRAORDINARIO ROMANZO IN FORMA DI RACCONTI CHE RIFORMULA LE REGOLE DEL POLIZIESCO ATTRAVERSO IL PERSONAGGIO DI GABRIEL GALE, PITTORE E POETA IN GRADO DI TRACCIARE LA PERSONALITÀ DEI CRIMINALI COME UN MODERNISSIMO PROFILER 


Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), saggista, narratore e poeta inglese pubblica nel 1929 The Poet and the Lunatics: Episodes in the Life of Gabriel Gale, straordinario romanzo in forma di racconti che ha riformulato le regole del poliziesco attraverso il personaggio di Gabriel Gale, pittore e poeta in grado di tracciare la personalità dei criminali come un modernissimo profiler, inaugurando la nascita del giallo psicologico. «Il detective – spiega Paolo Pegoraro, che ha scritto l'introduzione a questa prima edizione integrale che presenta gli otto capitoli del ciclo narrativo di Gale in una nuovissima traduzione – non è più un superuomo dotato di conoscenze e capacità incredibili, ma un "uomo più degli altri" che, scandagliando gli angoli bui del proprio animo, vi riconosce le zone d'ombra dove nascono i crimini. Se Sherlock Holmes seguiva gli indizi materiali, Gale lascia che il suo sguardo sia interpellato dall'inconsueto... una scala abbandonata davanti a una finestra aperta, una vetrina allestita in maniera impropria, uno sguardo troppo fisso, posate dalla forma bizzarra, dettagli naturali fuori posto – che siano uccelli o molluschi. Indizi quotidiani, misteriosi eppure non meno minacciosi, di crimini compiuti o prossimi ad accadere. Gale è lo scompigliatore delle opinioni assodate nei circoli intellettuali, dei giudizi à la page, dei "recentissimi studi" che infiorettano i giornali. Difende l'uomo comune con la stessa verve con cui contesta i luoghi comuni. Compresi quelli del giallo. Mettere in prigione il colpevole? Inutile. O meglio, quello che occorre acciuffare e assicurare alla giustizia non è un uomo, ma quella filosofia di vita malata che si è impossessata di lui. A metà strada tra romanzo giallo e psicopatologia della vita spirituale, ognuna di queste otto avventure è squarciata da una spiegazione che balena come un fulmine nella notte, rivelando per un attimo la lucida follia nascosta dietro il volto rispettabile di uomo d'affari, professori, artista, uomini di chiesa, psichiatri».

Come sottolinea Annalisa Teggi, traduttrice di questa straordinaria opera, «il poeta-pittore-detective Gabriel Gale, uscito dalla testa geniale-penna mirabolante di G. K. Chesterton, ha uno sguardo che mette sotto-sopra cielo e terra, che riesce a scavare oltre le apparenze, pur di consegnarci uno visione nuova sulla realtà». Perché – conclude Paolo Pegoraro – «da buon detective filosofico, non deve solo scoprire perché un uomo è morto ma farci intuire come restare vivi, come conservare la sanità interiore in un mondo che pare averla smarrita».

«Andiamo particolarmente fieri della pubblicazione di questo libro – ha detto Franco Irawan Esposito-Soekardi, direttore editoriale di Fuorilinea – perché alla sua realizzazione ha contribuito un gruppo di affiatatissimi chestertoniani, ma soprattutto perché è un libro che conferma quanto disse Borges allorché sottolineò che nella vastissima opera di Chesterton "non vi fosse una sola pagina che non offra una felicità"». 

 

Il poeta e i pazzi. Episodi della vita di Gabriel Gale di Gilbert Keith Chesterton 

Introduzione di Paolo Pegoraro

Traduzione di Annalisa Teggi

Fuorilinea –– collana fuorilinea – www.fuorilinea.it 

Ufficio Stampa: Stefania Santi (+39 3403770348)

isbn 9788896551288 (Euro 18) 

giovedì 28 aprile 2016

Un aforisma al giorno

G. K. Chesterton (@GKCDaily)
We imitate everything in the Middle Ages—their crowns, swords, details in their architecture, everything except their genuine originality.


Lo stato infallibile - di G. K. Chesterton (dalla Distributist Review - traduzione di Umberta Mesina)

http://distributistreview.com/lo-stato-infallibile/

mercoledì 27 aprile 2016

Un aforisma al giorno

Chesterton Society (@AmChestertonSoc)
"There is no popular art or popular government without a tradition." - #Chesterton #ACS


martedì 26 aprile 2016

Un aforisma al giorno

Chesterton Society (@AmChestertonSoc)
"The conditions of our great industrial cities are not favourable to education or intelligence." - #Chesterton


lunedì 25 aprile 2016

I nuovi secoli bui - di G. K. Chesterton


I NUOVI SECOLI BUI


G.K.'S WEEKLY, MAY 21, 1927


Traduzione di Umberta Mesina, 22 aprile 2016

 

Certi critici ci dicono che desideriamo ritornare ai secoli bui, a proposito dei quali loro per primi sono completamente al buio. Sono al buio non solo riguardo a ciò che la frase dovrebbe significare, ma perfino riguardo a ciò che loro stessi intendono dire con essa. Nella migliore delle ipotesi, è un termine ingiurioso per indicare il Medioevo. Più spesso è un guazzabuglio di tutto e di qualunque cosa che vada dall'Età della Pietra all'epoca vittoriana. Un uomo parlava l'altro giorno dell'idea medievale che la nostra propria nazione debba essere favorita contro ogni altra nazione; evidentemente ignaro che quando l'Europa era medievale era assai meno nazionale. Qualcun altro parlava del concetto medievale di una moralità diversa per gli uomini e per le donne; mentre la moralità medievale è una delle poche che si applicasse in maniera quasi identica ad entrambi. 

Se parlano con tanta ignoranza del Medioevo, di cui perfino gli storici stanno cominciando a sapere qualcosa, naturalmente sapranno anche meno dei secoli bui, di cui nessuno sa granché. I secoli bui, in senso proprio, furono quel periodo durante il quale la continuità culturale è quasi annientata tra la caduta di Roma e l'ascesa della società medievale; il tempo delle guerre barbariche e del primo delinearsi del feudalesimo. Naturalmente questo critici sanno assai poco di questo periodo; ne sanno talmente poco da arrivare a dire che lo rivogliamo. E tuttavia la cosa più strana, tra tutte le strane cose che dicono, è il fatto che c'è della verità in ciò che dicono. In un senso del tutto diverso da quello che intendono loro, c'è veramente un'analogia tra la nostra posizione e quella delle genti dei secoli bui. 

Un modo per considerare la cosa è che entrambi siamo di fronte a un possibile trionfo della barbarie. Come ai loro tempi una potenza militare nuova e sproporzionata sorse nelle province, così nel nostro caso una potenza finanziaria nuova e spropositata è sorta nelle colonie. Allora Roma era a volte più debole delle legioni transalpine;  adesso l'Europa è a volte più debole delle banche transatlantiche. Le vie di Londra sono alterate, se non distrutte, da tribù che si potrebbe legittimamente chiamare Vandali; e al posto dell'anarchia oltre il Vallo romano abbiamo l'anarchia di Wall Street. Ma anche se potremmo tracciare paralleli così inconsistenti per divertimento, sarebbe davvero profondamente ingiusto nei confronti dell'America, che ha ereditato alcune tradizioni romane più nettamente di noi; per esempio, la tradizione della repubblica. 

Un modo assai più veritiero di esporre l'analogia è questo: che qui la storia si sta ripetendo, una volta tanto, in relazione a una certa idea, che si può descrivere al meglio come l'idea del santuario. [In inglese, il termine sanctuary significa sia "santuario" sia "rifugio, asilo" perché anticamente chi si rifugiava all'interno di una chiesa non poteva essere arrestato. In italiano questo doppio significato non esiste. N.d.T.]

Nei secoli bui le arti e le science si rifugiarono nei santuari. Questo era vero a quel tempo in un senso particolare e tecnico; perché si rifugiarono nei monasteri. Siccome noi lodiamo la sola cosa che salvò tutto dalla rovina, siamo accusati di lodare la rovina. Siamo accusati di desiderare i secoli bui perché lodiamo le poche candele sparse che furono accese per fugare il buio. Siamo accusati di desiderare il diluvio perché siamo riconoscenti all'Arca. Ma la questione immediata qui è storica prima che religiosa; ed è un fatto attestato da ogni storico che tutta la cultura che si potesse trovare in quel barbarico periodo di transizione, si poteva trovare in massima parte nel riparo degli istituti monastici. Possiamo disprezzare o ammirare la forma che quella cultura prese in quel riparo; ma nessuno nega la tempesta da cui essa fu riparata. Nessuno nega che san Dunstan fosse più colto di un pirata danese o che ci sia più arte negli archi gotici che nelle scorrerie dei Goti. Ed è in questo senso, di scienza e arte che cercano riparo nel santuario, che mi sembra esistere una vera analogia tra l'anarchia barbarica e il progresso di cui godiamo oggi. 

Alcuni, perfino nel mio stesso ambiente morale e religioso, mi hanno chiesto come mai do tanta importanza alla Proprietà, che se è un desiderio umano può anche facilmente essere una bramosia umana. Ammetto che il mio principale impulso non è tanto di impedire che essa sia denunciata per motivi ideali quanto di prevenire che sia difesa per motivi di cinismo. Posso ascoltare pazientemente per ore un comunista che continua a ripetere che la Proprietà non è necessaria perché gli uomini devono sottomettere gli interessi egoistici agli ideali sociali. Comincio a spaccare la mobilia solo quando qualcuno comincia a dimostrare che la Proprietà è necessaria perché gli uomini sono tutti egoisti e ognuno deve pensare a se stesso. La ragione che giustifica la Proprietà non è che un uomo deve pensare a se stesso; ma, al contrario, che un uomo normale deve pensare ad altre persone, fossero solo una moglie e una famiglia. È che questa unità dovrebbe avere una base economica per la sua indipendenza sociale. Se pensasse solo a se stesso, potrebbe essere più indipendente da vagabondo; potrebbe essere più sicuro da servo. Ma il punto che m'interessa ora è che io apprezzo la Proprietà perché è una cosa nobile. Posso rispettare il rivoluzionario che la detesta perché è una cosa ignobile. Ma mi rifiuto di avere a che fare con il cinico che la apprezza perché è una cosa ignobile. Credo però che in questa crisi storica essa sia diventata una cosa non solo giusta ma, in un senso speciale, sacra. La vera proprietà sarà tanto più sacra in quanto sarà piuttosto rara. Sarà un'isola di cultura cristiana in mari di deriva insensata e di mutevoli umori sociali. 

In breve, credo che siamo giunti al tempo in cui la famiglia sarà chiamata a sostenere la parte che anticamente fu del monastero. Vale a dire, si ritireranno in essa non soltanto le virtù caratteristiche che sono sue proprie, ma i mestieri e le pratiche creative che un tempo appartennero a ogni sorta di altre persone. 

Negli antichi secoli bui, era impossibile convincere i capi feudali che aveva più valore coltivare erbe medicinali in un piccolo giardino che devastare una provincia dell'impero; che era meglio decorare l'angolo di un manoscritto con foglia d'oro piuttosto che accumulare tesori e indossare corone d'oro. 

Quelli erano uomini d'azione; erano energici; erano pieni di forza e vigore, di esuberanza ed energia. In altre parole, erano sordi e ciechi e in parte folli, e piuttosto simili a milionari americani. 

E siccome erano uomini d'azione, e uomini del tempo, tutto ciò che fecero è svanito dalla terra come vapore; e nulla rimane di tutto quel periodo se non le piccole immagini e i piccoli giardini fatti dai piccoli monaci gingilloni. 

Come niente avrebbe convinto uno degli antichi barbari che un erbario o un messale potesse essere più importante di un trionfo e di uno strascico di schiavi, così niente potrebbe convincere uno dei nuovi barbari che un gioco di nascondino possa essere più educativo di un torneo di tennis a Wimbledon o che una tradizione locale raccontata da una vecchia balia possa essere più storica di un discorso imperiale a Wembley. Il vero carattere nazionale dovrà rimanere per un po' di tempo un carattere domestico. Come la religione anticamente andò in ritirata, così il patriottismo deve ritirarsi nella vita privata. Questo non significa che sarà meno potente; alla fine può essere più potente, proprio come i monasteri divennero enormemente potenti. 

Ma è ritirandoci in questi forti che possiamo restare in vita e fiaccare l'invasione; è accampandoci su queste isole che possiamo attendere l'abbassarsi della marea. Proprio come nei secoli bui il mondo di fuori fu abbandonato alla vanagloria della pura e semplice rivalità e violenza, così in quest'epoca passeggera il mondo sarà abbandonato alla volgarità e a mode gregarie e a ogni sorta di frivolezza. È come il Diluvio; e non solo perché è instabile come l'acqua. Noè aveva una casa galleggiante che sembra aver contenuto molte altre cose oltre ai comuni animali domestici. E molti uccelli selvatici dal piumaggio esotico e molte bestie selvatiche di una fantasia quasi da favola, molte arti considerate pagane e scienze considerate razionaliste possono venire in tempi così tempestosi ad appollaiarsi o a fare la tana al riparo del convento o del focolare. 




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